2010
... i personaggi di un libro che sto leggendo si chiedevano: " Per stare insieme senza stare insieme bisogna essere ..."
"Poeti" rispondeva una; "pazienti" l'altra.
pazienti ... mi sono venuti in mente i pazienti di una cura, una cura con le parole e gli affetti, una cura che propone di ricercare le "parole per dirlo", di scovare un linguaggio semplice per far passare l'affetto e per stare insieme anche senza stare insieme.
E allora forse, in questo senso, tra poeti e pazienti non c'è poi così tanta differenza ...
Erika
E' il giorno zero, è il giorno delle mie membra, dei muscoli, dei tendini, del cuore, delle vene, delle arterie.
E' il giorno dopo tutti gli altri giorni, il giorno più importante, il giorno in cui senti la terra sotto i piedi, il torso sopra il bacino, la testa sul collo e tutto pesa quant'è vero, non aria nè cemento.
E' il giorno dopo l'angoscia, è il giorno dopo la presenza agli altri e a me stesso.
In questo giorno vedo il percorso, sono pronto a correre, nuotare e fremo un pò ... In questo giorno si ricerca e si parte senza niente. E' un giorno dove la pelle sente e per ascoltare basta quella. La pelle parla a tutto, mi ricopre: dice al dito come al ginocchio se è emozionata.
Ho viaggiato per giorni per svegliarmi oggi, tutti i giorni prima di oggi. E anche oggi viaggerò per domani.
Lorenzo
In questo periodo della mia vita mi sono messo a fare diverse cose, una è quella di leggere libri. Ho scoperto che è piacevole e mi incuriosisce sapere cosa c'è nella pagina successiva. Tutto questo l'associo molto al mio modo di fare analisi, alla voglia di scoprire e di scoprirmi, al desiderio di esserci, di parlare di me e dei miei sogni anche se, spesso, è una fatica enorme perchè, a volte, mi batte forte il cuore, a volte sudo, a volte sto male, a volte sto bene, a volte piango, ma, nonostante tutto, voglio sapere cosa c'è nella pagina successiva e oggi sono certo che in qualsiasi modo ci sto mi porto via tanta roba.
Piero
Tra affanni, dolori, un senso, una vita, qualche rifiuto, carezze, lacrime, sorrisi, rieccoci a mercoledì. Il mercoledì, un tempo non molto lontano, era un giorno come un altro, anzi era quello che sta nel mezzo, sempre, come il prezzemolo.
Non ti avevo mai visto, nè incontrato, ma ti ho riconosciuta subito.
Non sapevo il tuo nome e non mi importava.
Ti ho riconosciuta come ci fossi sempre stata, così come sei.
Avevo 39 anni. Una vita. Una famiglia.
Un lavoro.
Non mi mancava niente.
Avevo tutto.
Una donna sfinita, mortificata, rinchiusa in un sarcofago di vetro trasparente,
tanto stretto da impedire il movimento, con un collare di cemento al collo che costringe la testa alta e immobile.
Da qui sono partita.
E ti ho scelta, nonostante me.
E mi hai scelta, nonostante me.
Da te mi sono sentita amata in tutto e per tutto, nonostante me.
Ho visto, ho realizzato, pianto, odiato, scritto, soffero , riso, abbracciato,sentito, gustato, conosciuto, dipinto, ho sentito, ho amato.
Il tuo amore ha rivoluzionato la mia vita.
Sei diventata parte di me, e ogni giorno sento la tua presenza e il tuo amore.
Oggi, il mercoledì è il giorno che ho scelto per me.
E' il giorno che ti vengo a incontrare.
E' un giorno prezioso.
Roberta
Etichette:
2010
Seminario: Quanto altro c'è in me?

La trasformazione è la possibilità di sottrarsi al proprio ruolo definito per sempre.
Diventa necessario, dunque, andare alla ricerca di altre parole, altre azioni, un'altra possibilità, forse ancora non prevista, nemmeno ancora immaginata.
"L'essere inerme", il non ancora nato, il non ancora definito, il bambino che deve ancora nascere ...
conservare questa sensazione dentro di noi significa rendere la possibilità ancora possibile.
Così l'indefinito non esprime un'assenza di identità, bensì un modo di essere presenti a se stessi a tal punto da non riconoscersi in nessuna definizione.
Luogo
Via Jacopo Carrucci,17 - Empoli - FI
Data
Domenica 5 Dicembre 9,30 -14,00
Etichette:
Seminario
Seminario: Nodi da sciogliere

un'esperienza per individuare e sciogliere i propri blocchi emotivi
Luogo
Via Jacopo Carrucci, 12
50053 Empoli FI
Data e ora
Domenica 3 Ottobre 2010
ore: 9,30 apertura lavori
ore: 14,00 chiusura lavori
Per ulteriori informazioni e chiarimenti contattare il numero 347/4404681
Etichette:
Seminario
Sogno o son desto - Si sogna solo se si è desti
Ho sognato un graffio.Avevo in mano un copertone con un'incisione e lo mostravo ad un mio amico dicendo: "Vedi, è rimasto così ...". Lei mi ha detto che non sono elastico, che certe ferite sono rimaste aperte.
Oggi capisco che cosa vuol dire essere sotto anestesia. Non si sente nulla ... il tempo scorre senza lasciare traccia apparente, quasi sempre condito da uno strano malessere, uno sgradevole senso di estraneità.
Oggi rivedo quella sensazione e la comprendo: anche il "miglior" farmaco ha dei limiti e il malessere è ciò che il farmaco non riesce a sopprimere... più rifiuti te stesso in nome di un conformismo disumano e più ti avvii verso la fossa.
Intuisco tutto questo e ne ho paura. Resisto all'idea di vedere ciò che non vorrei mai vedere. Dall'altro lato avverto delle sensazioni che non ricordavo. Accanto al freddo e alla solitudine trovo il calore e la speranza - delle stringhe verdi che una barbona tiene in mano.
All'inizio ho quasi paura a pronunciarne il nome, come se nominare qualcosa volesse dire allontanarla da me.
A Dicembre arriva un dono inatteso. Un regalo di Natale come non ne ricevevo da tempo: un gesto di amore incondizionato, condiviso con altri. Coglierlo a pieno mi ha fatto arrendere e la notte ho sognato.
"Sono in una città agghiacciante, piena di muri alti come muraglie e priva di anima viva. Intravedo alcuni sgherri in divisa, che procedono come teppisti della peggior specie, con lunghi manganelli legati ai fianchi. Mi fermano:" Occhio, qui poco casino, tanto ci pensiamo noi a tener tutto sotto controllo" e ridono. Mi sento disgustato, penso:"Ma questi sono pazzi!". Inizio a toccare i muri di un palazzo e trovo un'incisione, un graffio. Capisco che è il segno di qualcuno che conosco. "E' qui" e apro una porta. Percorro, spaventato dall'orrore che sto vedendo, un corridoio lungo e buio e in fondo vedo un uomo riverso a terra, gonfio di botte, circondato da un tozzo di pane e un pò di medicine. Cado in ginocchio e scoppio in lacrime: "Che ti hanno fatto? Come ti hanno ridotto?". "Questi sono pazzi, me le hanno date di santa ragione, sono vivo per miracolo!". Le mie lacrime non si fermano, è un pianto di dolore puro. Lo abbraccio forte e lo sollevo. "Vieni, ti porto via di qui ..." dico con la voce rotta. E ci incamminiamo attraverso un altro cunicolo buio."
Al risveglio le lacrime non si fermavano e non si sono fermate per settimane. Solo il pensiero delle botte che mi sono dato e che ho dato mi straziava. Ma era dolore puro, senza confusione, che mi faceva intravedere una speranza di vita nuova, che sotto anestretico non si può sentire.
"Per le vie dell'inferno, sotto il diluvio, senza fiato e col cuore in gola, un flebile chiarore: sono le camelie".
Gonfiarsi di medicine e campare con un tozzo di pane è ciò che spesso ci viene proposto: uccidere la vitalità in cambio di un'esistenza da lombrichi, dove è impossibile sentire il dolore, ma anche la gioia, la bellezza, l'amore ... La morte si nasconde dietro gli stereotipi, il freddo razionalismo, i modelli. Invece, "ogni volta è un mondo nuovo.Io rivivo. Io il mio tunnel l'ho imboccato e desidero percorrerlo fino in fondo. Sarà faticoso e doloroso ma vivrò e godrò ... "Ma lui vide quelle vie? Dopo la caduta come si rinasce? Quali nuove pupille negli occhi bruciati?Dove comincia la guerra e dove finisce? Allora, una camelia".
Lorenzo
Etichette:
Sogno
Parche (Moire)

MOIRE (greco: Moirai; latino: Parcae o Fata): generalmente si
ritiene che le Moire non fossero in grado di determinare il destino, eppure alla nascita di Meleagro giocano un ruolo decisivo e
in questo mito sembra addirittura che la loro origine affondi nella funzione di presiedere alla nascita degli esseri umani e in quel
momento decidere quale debba essere la sorte in vita del nascitu
ro.
Parcae significa «coloro le quali allevano i bambini» e Moi rai «chi spartisce».
Sette giorni dopo la nascita di Meleagro le Moire apparvero a sua madre e le dissero che suo figlio sarebbe morto nel momento in cui il ceppo che bruciava nel camino si fosse spento. La madre di Meleagro tolse il ceppo dal fuoco, lo nascose e lo conservò fino al giorno in cui Meleagro uccidendo i suoi fratelli scatenò la sua vendetta e trovò la morte mentre il ceppo veniva rimesso nel fuoco.
Secondo Esiodo le Moire erano tre, figlie della Notte: Cloto (la filatrice), Lachesi (la misuratrice) e Atropo (colei che non si può evitare).
Le chiama figlie di Zeus e di Temi, il cui nome significa «ordine».
E così pone l'accento sull'ambiguità della loro posizione chie dendosi se lo stesso Zeus dovesse sottostare alle Moire o se gli dei fossero liberi di cambiare e intervenire nelle decisioni.
Secondo la maggior parte degli autori classici le Moire erano superiori agli dei: sia Omero che Virgilio ritengono che Zeus, il quale pesa sulla bilancia la vita degli uomini, debba informare le Moire delle sue decisioni, comportandosi quindi da esecutore del destino invece che come il principale agente determinante. Zeus sa che suo figlio Sarpedone è destinato a morire per mano di Patroclo ma non può o non vuole modificare il destino nemmeno per salvare un figlio molto amato.
Tutto ciò che può fare è accertarsi che Sarpedone riceva gli onori funebri che spettano al suo rango nella sua patria, in Licia.
Anche Eschilo nel Prometeo incatenato suggerisce nello stesso modo che Zeus debba sottostare alle Moire.
In una tradizione più tarda il nome Cloto per i suoi riferimenti al verbo «filare» modifica l'immagine delle Moire che diventano tre anziane donne:
Cloto fila dal fuso il filo della vita, Lachesi lo misura e Atropo lo recide.
Nella mitologia le Moire non compaiono che raramente.
Com batterono al fianco di Zeus nella battaglia contro i Giganti e armate di clave uccisero Adrio e Toante, e poi alla battaglia contro Tifone quando gli consigliarono, mentendo, sempre per aiutare Zeus, di sottoporsi a una dieta a base di carne umana assicurandolo che ciò gli avrebbe dato forza.
Apollo rideva delle Moire e un giorno riuscì a ubriacarle con l'inganno per salvare la vita del suo amico Admeto che ebbe il tempo di trovare qualcuno che morisse in sua vece.
Grant - Hazel,
Dizionario della mitologia classica,
SugarCo Edizioni, Varese, 1979
Parcae significa «coloro le quali allevano i bambini» e Moi rai «chi spartisce».
Sette giorni dopo la nascita di Meleagro le Moire apparvero a sua madre e le dissero che suo figlio sarebbe morto nel momento in cui il ceppo che bruciava nel camino si fosse spento. La madre di Meleagro tolse il ceppo dal fuoco, lo nascose e lo conservò fino al giorno in cui Meleagro uccidendo i suoi fratelli scatenò la sua vendetta e trovò la morte mentre il ceppo veniva rimesso nel fuoco.
Secondo Esiodo le Moire erano tre, figlie della Notte: Cloto (la filatrice), Lachesi (la misuratrice) e Atropo (colei che non si può evitare).
Le chiama figlie di Zeus e di Temi, il cui nome significa «ordine».
E così pone l'accento sull'ambiguità della loro posizione chie dendosi se lo stesso Zeus dovesse sottostare alle Moire o se gli dei fossero liberi di cambiare e intervenire nelle decisioni.
Secondo la maggior parte degli autori classici le Moire erano superiori agli dei: sia Omero che Virgilio ritengono che Zeus, il quale pesa sulla bilancia la vita degli uomini, debba informare le Moire delle sue decisioni, comportandosi quindi da esecutore del destino invece che come il principale agente determinante. Zeus sa che suo figlio Sarpedone è destinato a morire per mano di Patroclo ma non può o non vuole modificare il destino nemmeno per salvare un figlio molto amato.
Tutto ciò che può fare è accertarsi che Sarpedone riceva gli onori funebri che spettano al suo rango nella sua patria, in Licia.
Anche Eschilo nel Prometeo incatenato suggerisce nello stesso modo che Zeus debba sottostare alle Moire.
In una tradizione più tarda il nome Cloto per i suoi riferimenti al verbo «filare» modifica l'immagine delle Moire che diventano tre anziane donne:
Cloto fila dal fuso il filo della vita, Lachesi lo misura e Atropo lo recide.
Nella mitologia le Moire non compaiono che raramente.
Com batterono al fianco di Zeus nella battaglia contro i Giganti e armate di clave uccisero Adrio e Toante, e poi alla battaglia contro Tifone quando gli consigliarono, mentendo, sempre per aiutare Zeus, di sottoporsi a una dieta a base di carne umana assicurandolo che ciò gli avrebbe dato forza.
Apollo rideva delle Moire e un giorno riuscì a ubriacarle con l'inganno per salvare la vita del suo amico Admeto che ebbe il tempo di trovare qualcuno che morisse in sua vece.
Grant - Hazel,
Dizionario della mitologia classica,
SugarCo Edizioni, Varese, 1979
Logo associazione Lachesi
Logo della Associazione "Lachesi" Accademia di Psicoterapia e Medicina
(Andrea Giani)
Etichette:
Associazione Lachesi
Dottor Francesco Giubbolini, Siena
La relazione del dottor Francesco Giubbolini dal titolo: "Individuo, gruppi e società. Una prospettiva psicodinamica", presentata il 6 marzo scorso in occasione della presentazione della Associazione 'Lachesi'.
Il concetto di 'individuo' è fondamentale in una cultura come la nostra, che si rappresenta - anche se non sempre è - come una civiltà che riconosce il valore dell'individuo - persona.
Il concetto di 'soggetto', e di 'relazione soggetto - oggetto'' - o meglio - di 'relazione tra soggetti', è tema chiave della nostra cultura e della nostra filosofia.
Il soggetto si configura progressivamente, nel corso della storia, come individuo la cui caratteristica fondamentale è quella dell'autonomia, fulcro del sistema socio culturale.
E' altresì ovvio che tale idea di autonomia si applica e si definisce nel contesto delle relazioni tra individui soggetti e non in assenza di queste.
L'identità quindi è espressione di autonomia e - contemporaneamente - di relazioni.
E' questa la base dalla quale partiamo per affrontare un qualche abbozzo di discorso che interessa e riguarda l'individuo e il gruppo e, successivamente, la società (da un punto di vista psicodinamico).
La pratica della psicoterapia, oltre ad implicare teorie scientifiche, è e può essere ance pratica sociale in grado di produrre non solo effetti personali ma anche collettivi diffusi e degni di interesse.
In tal senso possiamo parlare della liceità della de-medicalizzazione in ambito psichiatrico e psicoterapico: non solo teoria scientifica e/o prassi medica ma anche occasione di ricerca e riflessione nell'ambito dei rapporti interpersonali e sociali.
Rapporti interpersonali da intendersi come caratterizzati da capacità di scambio, di separazione, di trasformazione, i quali possono consentire ed esprimere il processo di integrazione personale, ovvero l'uso del passato nel presente e l'orientamento verso il futuro. Ritorno tra breve su questo punto, relativo all'uso - se così si può dire - del passato nel presente ed alla questione dell'orientamento verso il futuro, spiegandone il significato, perchè mi pare di particolare rilievo ai fini del mio discorso; ed un sogno, di cui riferirò - mi pare possa illustrare in maniera quanto mai appropriata ciò che intendo - con questo mio discorso - sostenere.
Ma intanto qualche precisazione a proposito di quelli che si possono considerare e definire come gli obiettivi della psicoterapia, nell'ottica dell'integrazione del sé, ma anche delle dinamiche di gruppo e dell'idea di integrazione sociale.
Possiamo definirli come segue:
1) Una profonda conoscenza di sé, al fine di evidenziare aspetti problematici ed aree disfunzionali, che consenta la progressiva acquisizione di insight (consapevolezza).
2) Il superamento stabile di tali dinamiche disfunzionali, anche qualora risultino inizialmente ego-sintoniche.
3) L'aumento delle capacità individuali di assumersi responsabilità, critica, autonomia e competenza sociale, al fine di ottenere un valido e sano adattamento alla parte sana della realtà nella quale si vive ed un altrettanto chiaro e netto rifiuto di quelle dinamiche (siano esse personali, relazionali o sociali) magari normali ma non per questo obbligatoriamente sane.
In sintesi quindi obiettivo della psicoterapia è quello di un cambiamento funzionale che aumenti le capacità di integrazione relazionale e sociale ed una sempre più ampia capacità di adattamento unite però alla capacità di distinguere in modo chiaro ciò che nell'usuale vivere sociale riconduce alla possibilità che esista una norma non necessariamente sana ed alla conseguente necessità e capacità di opporsi validamente ad essa.
Nel procedere di una psicoterapia il primo passo è quello di cercare di rendere l'individuo in grado di sviluppare empatia ed integrazione, anzitutto in relazione al proprio passato, quindi in generale nei confronti di sé medesimo, consentendo - tale processo - il consolidamento di quello che si definisce il 'nucleo affettivo del sé', il quale consolidamento conduca poi allo sviluppo del senso di reciprocità e quello di un valido senso del 'noi'.
Intendo con 'empatia' una disposizione emotiva ed un interesse benevolo anzitutto nei confronti di tutto ciò che è il 'sé', e successivamente di ciò che va oltre il sé e che si accompagna quindi alla disponibilità nei confronti dell'esplorazione e della crescita. Ovvero, in altri termini: una sorta di benevolenza da sperimentare nei confronti di noi medesimi, e di tolleranza rispetto alla consapevolezza dei nostri limiti, i quali dovrebbero essere vissuti come spunto da cui partire per una ricerca personale e non come limite invalicabile contro cui tale ricerca si infrange.
Intendo poi con il termine ' integrazione' l'occasione di realizzare un "affrancamento dalla dolorosa ripetizione di processi distruttivi ed auto-distruttivi del passato" (Emde), che conduce ad un processo di integrazione tra presente e passato consentendo così di acquisire senso di integrità personale e relazionale e senso di continuità, il quale a sua volta prelude allo sviluppo del senso del noi, del futuro, ed all'occasione di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.
Psicopatologia è la perdita o il mancato raggiungimento di tale condizione di integrazione personale, di tale empatia, e di tale sentimento (o capacità) di condivisione e compito della psicoterapia è quello di consentire tale recupero.
Una breve digressione ed una breve notazione a proposito di quanto detto sin qui, relativamente al discorso inerente l'obiettivo della psicoterapia.
Riguardo la necessità di porre attenzione, prima di ogni altra questione, alla figura dello psicoterapeuta.
L'operato del terapeuta non può essere valido se il terapeuta stesso presenta scissioni, negazioni, proiezioni.
Chi teorizza o propone in merito alla sanità mentale non può praticare rapporti interpersonali distorti o disfunzionali (Lalli), e non può operare scisso rispetto al contesto sociale nel quale vive, pena la più totale inconsistenza di ciò che propone.
Si inizia dunque dall'individuo, e si finisce nella società, ma il primo individuo di cui è necessario occuparsi è il terapeuta stesso.
Per il quale deve esistere coerente corrispondenza tra vita privata, professionale e - per l'appunto - sociale, o pubblica.
Lalli riferisce a proposito delle motivazioni di chi intraprende il mestiere di psicoterapeuta, ed elenca motivazioni valide oppure incompatibili; ed è curioso notare come le motivazioni del futuro terapeuta coincidano con quelle medesime motivazioni che possono consentire, in ambito generale, di definire una relazione come sana piuttosto che come malata.
Sono motivazioni valide:
la curiosità e l'interesse per gli altri;
la capacità di ascolto;
l'empatia e la comprensione;
l'introspezione e l'intuito emotivo;
la tolleranza.
Sono motivazioni incompatibili:
il bisogno di potere e di dominio;
la necessità narcisistica di essere amati e riconosciuti;
la presenza di nuclei scissi e perversi;
la tendenza all'isolamento sociale.
Quindi adesso il sogno, di cui poc'anzi parlavo, ma lo precede una citazione, di Mauro Mancia:
"... Esiste un tempo lontano
fuori del ricordo,
muto e non databile,
di cui non parlano narrazioni
né manuali di storia,
un tempo perduto
che a volte
il sogno
riesce a ritrovare."
Mauro Mancia, Il sogno e la sua storia
Perchè si realizzi quella integrazione di cui prima accennavo, è necessario recuperare ed integrare il proprio passato, ed il sogno fornisce tale occasione.
Il sogno:
"A casa mia, ho organizzato una piccola festa e sono arrivate solo persone che nella vita non vedo da tanto tempo (vecchi compagni di scuola, bambini con cui giocavo e di cui da tanto tempo non ho notizie ... ). Il fatto di non avere intorno nessuno dei miei amici di oggi non mi stupisce; sono contenta di rivedere le persone che ci sono... "
"Ad un tratto mi accorgo che da fuori arriva uno strano rumore, come di vento che soffia durante una tempesta.
Sono spaventata ma decido comunque di andare a veder cosa sta succedendo. Apro la porta e mi accorgo che fuori ha nevicato. La strada è tutta bianca; c' è una luce bellissima e la neve che nessuno ha ancora calpestato mi dà una sensazione di pace e tranquillità...
Mi sento una sciocca per aver pensato subito al peggio senza aver considerato che nella vita, a volte, succedono anche delle cose belle mentre rientro nella stanza dove si sta ancora svolgendo la festa. "
"Al centro vedo un grande contenitore pieno fino all' orlo di piccole buste. So che ogni busta contiene un regalo per me da parte di una persona sconosciuta. Mi avvicino felice sapendo che quelli sono i regali che mi hanno fatto tutte le persone che devo ancora incontrare nella mia vita, come un piccolo anticipo dei regali che mi faranno quando ci conosceremo e sapendo che allora potrò contraccambiare."
Passato, presente e futuro si fondono nel sogno; "sono contenta di rivedere le persone che ci sono" significa sono contenta di ritrovare le persone che ero, tutte le donne che sono stata.
L'immagine, bellissima, della neve che nessuno ha ancora calpestato riporta a quell'integrità, finalmente ricostituitasi, che prelude al futuro, all'occasione cioé di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.
"Le persone che devo ancora incontrre nella mia vita" significa la donna che potrò un giorno diventare; "sapendo che allora potrò contraccambiare" sta a significare: nel momento in cui riuscirò davvero a realizzare tale condizione di diversità.
Quella condizione di integrità, quella diversità che nel sogno si evidenzia, e che si rende quindi in qualche misura possibile, quella condizione di sanità, apertura al mondo e vitalità che il sogno consente di intuire - e contemporaneamente esprime - serve ad essere impiegata per costruire, nei gruppi, relazioni, nuove, diverse e sane.
Altrimenti non serve a nulla.
Lavoro sprecato.
Occasione perduta.
Ma, dice Nietzche nel 1885, in 'Al di là del bene e del male', che " la follia è molto rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, è la regola".
La psichiatria e la psicoterapia sin dalle origini e per un lungo periodo si sono interessate quasi esclusivamente della patologia di singoli individui, ed hanno fortemente trascurato invece l'importanza delle dinamiche di gruppo, limitandosi il più delle volte a studiarle nell'ambito dei piccoli gruppi, come ad esempio quelli familiari, ed anche delegando lo studio di fenomeni più ampi, e quanto mai importanti, alla sociologia oppure alla psicologia sociale.
Psichiatria e psicoterapia possono tuttavia fornire, specie in una prospettiva dinamico - culturale, risposte importanti, occasioni significative di comprensione in merito a situazioni ed ambiti di valenza storica e sociale di rilievo e possono contribuire efficacemente non solo alla comprensione, ma anche alla definizione del contesto sociale nel quale si vive, contribuendo a migliorarlo.
Ed anche il rapporto tra individuo e gruppo può essere funzionale o disfunzionale.
Perchè un gruppo sia funzionale è necessario che venga rispettato l'equilibrio che consente, sia all'individuo che al gruppo, di svilupparsi ed evolvere. Il gruppo, inoltre, è funzionale nel momento in cui propone validi e realistici valori che permettano - a loro volta - lo strutturarsi e l'evolvere dell'io di ciascun appartenente al gruppo. Al contrario, qualora il gruppo sia finalizzato a controllare, sottomettere o sfruttare l'individuo - in una parola a negarlo od annichilirlo - allora si viene a definire quello squilibrio tra individuo e gruppo che definisce il gruppo stesso (oppure il contesto sociale nel quale tale dinamica si esprime) come disfunzionale.
Nei gruppi, non solo i gruppi di terapia - naturalmete - ma nei gruppi in genere, dinamiche disfunzionali sono da intendersi soprattutto due: quella che possiamo definire dinamica di ìdentificazione, e quella che possiamo invece definire come dinamica di intolleranza.
L'identificazione: Lalli ne descrive due. La prima è quella che definisce mimetica, o adesiva: e che corrisponde, quasi grottescamente, al ripetere, rifare le cose esteriori, ed anche quelle banali, dell'altro. Questa condizione di identificazione somiglia, per certi versi, ai gravi sintomi psichiatrici dell'ecoprassia e dell'ecolalia, tipici della catatonia. La seconda consiste in quella forma di identificazione che è quel processo in virtù del quale l'altro, o parti dell'altro, vengono introiettate e vanno a costituire quello che viene comunemente definito come il 'falso sé'. Questa seconda forma di identificazione non va obbligatoriamente intesa (anche se può esserlo) come caratteristica della patologia, clinica o subclinica che sia, ma come istanza tendente spesso a permeare sino talvolta persino a caratterizzare la normalità sociale.
Dinamica altrettanto disfunzionale, speculare in fondo rispetto alla precedente, è quella dell'intolleranza, verso tutti coloro che non sono come noi, che non si riconoscono nei nostri valori o nei nostri gruppi, quelli insomma che la pensano diversamente rispetto a come la pensiamo noi: dinamica disfunzionale e - sempre - violenta.
Nei gruppi - anche qui - non quelli terapeutici -, ma nei gruppi in generale, dinamica funzionale tra esseri umani è invece quella improntata al desiderio: desiderio - fondamentalmente - di conoscenza, di ricerca, di autonomia, desiderio che deve essere soddisfatto perchè base di ogni valida relazione, oltrechè - naturalmente - di ogni valida terapia.
La realtà dei rapporti interumani dovrebbe fondarsi sull'interesse per l'altro e sulla ricerca della libertà, propria ed altrui; libertà che non sia figlia dell'indifferenza, del disinteresse, né dell'opportunismo, non vacua parola ma espressione vera della relazione e di un genuino investimento affettivo.
E su quella condizione di autonomia che deve permettere, e consentire, ciò che i più sembrano non saper o poter fare: ovvero dissentire, rifutare, quando ciò si renda necessario.
Mantenere cioè libertà di pensiero e di giudizio, lealtà nei confronti di tutti coloro con i quali si entra in relazione ed onestà intellettuale nei confronti di noi stessi. Lealtà e libertà che consentano altresì di non rinnegare alcunchè di ciò che appartiene al nostro passato, ma anche di poter non accettare - rifiutare - ciò che non condividiamo nel presente, in noi così come al di fuori di noi, in coloro con i quali entriamo in relazione e nei confronti del contesto sociale in cui viviamo.
Ma sempre nel rispetto e nel riconoscimento della liceità che può esistere nella altrui condizione di diversità, linfa vitale della conoscenza umana.
E dunque vorre iriportare il mio discorso all'idea della diversità.
Si può e si deve cogliere e rendere evidente la patologia, sinanco a rifiutarla, ma è sempre necessario distinguere tra patologia e diversità, e rispettare quest'ultima.
La diversità - ed il rispetto della diversità - dovrebbe essere uno dei valori fondamentali della nostra epoca.
La diversità è cultura, scambio, crescita, e dovrebbe far parte della storia diogni uomo, così come dovrebbe far parte della storia di ogni società che voglia dirsi civile.
Viviamo però in una epoca nella quale si oscilla tra intolleranza ed identificazione, nella quale sovente - direi di norma - la diversità appare come pericolo, minaccia, come una barriera che noi stessi frapponiamo tra noi e gli altri, tra il nostro presente ed il nostro futuro.
E' di certo quanto mai rassicurante, ma spesso assolutamete patologico, volersi confrontare soltanto con ciò che già conosciamo, e con ciò che riconosciamo come familiare.
Ma sia nell'ottica dello sviluppo individuale, sia nella prospettiva delle relazioni, entrare in rapporto con l'altro significa entrare in contatto con un'altra identità, con qualcuno e qualcosa che è diverso da noi, e da ciò che nel presente siamo.
Spesso tuttavia, sia a livello personale che relazionale o sociale, si tende ad annullare tale diversità, avendone timore, si accetta con maggiore facilità l'occasione di creare universi omologati, nel tentativo di costruire equilibri perenni, in realtà impossibili da realizzare, comunità di simili dove la caratteristica individuale si perde, dove ci si può soltanto identificare con il gruppo (e che l'occasione di tale identificazione riporti ad una religione, una fede, oppure ad una teora scientifica fa davvero poca differenza) e dove la pluralità dei soggetti non viene rispettata.
Così l'idea di diversità non è più riferita a ciascun soggetto, in quanto differente dall'altro, o ad una prospettiva futura, ma solo ad alcuni - che diventano così i diversi - rispetto all'omologazione dei gruppi.
Il diverso viene ad incarnare l'occasione del pregiudizio, motore malsano che muove azioni ed idee di molti, che condiziona le nostre relazioni sociali, che ostacola opportunità di incontro, esplorazione e scoperta che sono fondamenta del rapporto con l'altro da sé.
Diversi allora, e quindi eclusi, ai margini della società, restano ad essere, in epoche e culture diverse, da sempre i matti, ma ogni epoca ed ogni cultura prevede la propria 'norma' ed i propri esclusi, gli 'anormali'.
Dicevamo poc'anzi che la psichiatria e la psicoterapia non sono solo prassi mediche, ma anche occasioni di 'pratica' sociale.
E la psichiatria ha contibuito - in negativo - a dfinire l'idea della diversità come sinonimo, equivalente, di patologia.
Non che non possa essere vero; solo, non è obbligatoriamente così.
Non solo: ma non è neppure stata in grado di opporsi - ed anzi si è fatta sovente strumento - di barbarie e discriminazioni.
Molti sarebbero gli esempi: molti studi hanno inequivocabilmente dimostrato, ad esempio nel caso della germania nazista, il coinvolgimento della psichiatria nella sperimentazione dei dispositivi di sterminio messi poi in pratica, su larga scala, delregime nazista: l'asilo psichiatrico, in tale prospettiva, si è configurato come terreno di preparazione del genocidio. Ma vorrei citare un altro esempio, che mi colpisce particolarmente: durante il regime di Vichy, in Francia, alla fine degli anni '30, venne praticato nei manicomi una sorta di 'sterminio dolce' (il termine è mutuato da Lafont, storico francese autore del saggio 'Lo sterminio dolce'), imputabile all'inerzia " del corpo medico e psichiatrico che non ha avuto solo un ruolo passivo e rassegnato, ma una parte attiva, non fosse altro che in virtù della sua astensione". Astensione attiva come espressione più evidente di istinto di morte allo 'stato puro', se così si può dire.
Michel Foucault, nel 1975 in un memorabile - si dice - corso tenuto al College de France dal titolo "Gli Anormali" (poi divenuto un libro, edito in Italia da Fltrinelli) si domandava, in maniera quanto mai semplice, ed esplicita: come mai la psichiatria ha potuto funzionare così bene e così spontanemanete sotto il fascismo e sotto il nazismo?
E questa, per l'appunto, è la domanda.
Domanda che anche successivamente, ed anche oggi, molti si sono posti e si pongono, in vario modo ed a proposito di moltelici questioni; com'è che - nonostante cent'anni di psicoanalisi (Hillman) - il mondo va sempre peggio?
Per cercare di fornire una pur parziale risposta possiamo notare come, in fin dei conti, quella che oggi si definisce psicoterapia è pur sempre una disciplina che si è formata, per l'appunto, poco più di cent'anni fa, tempo assolutamente breve ed insufficiente se confrontato con quello di altre branche del sapere, quali ad esempio la medicina. Quindi disciplina giovane, che ancora inevitabilmente presenta gravi contraddizioni e limiti, i quali tuttavia possono e devono essere affrontati e superati.
Di qui deriva la necessità che la psicoterapia rispetti regole fondamentali dal punto di vista medico e terapeutico:
1) intanto, il riferimento a teorie empiriche su cui fondare una prassi terapeutica;
2) il coerente e corretto svolgimento di tale prassi;
3) il progressivo tentativo di individuare metodiche che possano consentire la validazione della terapia stessa.
Anche se, naturalmente, è necessario partire dal presupposto che si debba rinunciare ad "impossibili dimostrazioni di scientificità utilizzando metodiche di tipo neturalistico" (Lalli).
Ma c'è forse un altro motivo, ancora più importante, che è necessario considerare con attenzione.
Prospettiva forse ancora troppo poco condivisa e, quindi, da rimarcare e sottolineare ogni volta.
Quella inerente il fatto che fondamentale sarebbe l'educazone, la prevenzione, il tentativo di agire non solo e non tanto nei confronti di singoli individui, di gruppi terapeutici, o di ristrette comunità, ma nei confronti del contesto sociale stesso che sovente appare fortemente bisognoso di cure - pur non essendone, pare - consapevole.
E dal punto di vista del contesto sociale nel quale tale prassi terapeutica si esprime, bisognerebbe anzitutto considerare che l'essere umano non è solo biologia e che la psicoterapia non è, se non solo marginalmente, una tecnica.
Che la condizione di sofferenza mentale non è destino ineludibile ed ineluttabile, ma una storia che si sviluppa e che può svolgersi in tanti modi diversi, nel condividere con altri in ambienti fisici, relazionali e sociali che possiamo e dovremmo contribuire a rendere diversi.
Che tale disagio può di sicuro essere in qualche misura ricondotto alla biologia, ma di certo anche dalle esperienze che hanno caratterizzato e caratterizzano la nostra vita e dall'ambiente nel quale la nostra vita scorre, e del quale possiamo e dobbiamo entrare a far parte.
Questo è poi il motivo per cui lo psichiatra non può porsi soltanto come positivista, o riduzionista, che riduce e riconduce il dolore, ma direi la stessa condizione umana (poichè tale condizione è sempre inevitabilmente imperfetta) ad una anomalia del cervello.
Questo è anche il motivo per cui lo psichiatra risponde - e deve rispondere - certamente con la propria conoscenza, ma soprattutto con la propria dimensione di umanità, e con la propria visione del mondo, auspicabilmente sana.
E con un esempio, che è quello riconoscibile nella relazione terapeutica, che riconduce in fondo a come ci si dovrebbe porre, in generale, nelle relazioni tra esseri umani.
Alla fine cito Andreoli, da cui ho ampiamente attinto: "La terapia è prima di tutto esperienza di una relazione che si fa essenziale ed umana".
Tenendo dunque infine costantemente presente che si ha un dovere, non solo nei confronti di coloro che a noi come terapeuti si rivolgono, ma nei confronti del contesto sociale nel quale la nostra conoscnza e la nostra prassi si esprimono.
Ho cercato di tracciare, brevemente e parzialmente, un continuum tra individuo, gruppi e società in un'ottica psicodinamica.
Le due diverse immagini del rapporto che può esistere tra psichiatria e società riconducono a due estremi:
Il primo riconducibile all'iconografia cassica, quella del medico ed alienista francese Philippe Pinel, direttore del manicomio Bicetre di Parigi, che scioglieva un gigantesco e pericoloso marinaio, completamente matto, dalle catene di contenzione, abbracciandolo - e mostrando così anche un ivindiabile coraggio -; il secondo riconducibile alla più recente immagine delle camere a gas naziste che, come recitava la propaganda scientifica dell'epoca, "liberano i pazzi dal peso di una vita di sofferenze incurabili".
Evidente involuzione:a partire da una condizione iniziale nella quale la psichiatria si poneva come espressione di istanze di libertà e di affetti.
Lascio a voi decidere - e capisco che non avete molta scelta - in quale delle due immagini sia davvero riconoscibile non solo la conoscenza, l'affettività e l'umanità. Ma anche la scienza.
Nella nostra prospettiva, oggi, la psichiatria e la psicoterapia finiscono per essere uno degli indicatori dello stato di civiltà e di salute di una nazione, pochè misurano, ed esprimono, la capacità di un popolo di accettare - o meno - quel che ho cercato in precedenza di definire come 'diversità'; ma che potremmo forse ancor meglio definire come la condizione essenziale, sempre imperfetta, spesso dolente, di ciascun essere umano.
Francesco Giubbolini, Siena
Il concetto di 'individuo' è fondamentale in una cultura come la nostra, che si rappresenta - anche se non sempre è - come una civiltà che riconosce il valore dell'individuo - persona.
Il concetto di 'soggetto', e di 'relazione soggetto - oggetto'' - o meglio - di 'relazione tra soggetti', è tema chiave della nostra cultura e della nostra filosofia.
Il soggetto si configura progressivamente, nel corso della storia, come individuo la cui caratteristica fondamentale è quella dell'autonomia, fulcro del sistema socio culturale.
E' altresì ovvio che tale idea di autonomia si applica e si definisce nel contesto delle relazioni tra individui soggetti e non in assenza di queste.
L'identità quindi è espressione di autonomia e - contemporaneamente - di relazioni.
E' questa la base dalla quale partiamo per affrontare un qualche abbozzo di discorso che interessa e riguarda l'individuo e il gruppo e, successivamente, la società (da un punto di vista psicodinamico).
La pratica della psicoterapia, oltre ad implicare teorie scientifiche, è e può essere ance pratica sociale in grado di produrre non solo effetti personali ma anche collettivi diffusi e degni di interesse.
In tal senso possiamo parlare della liceità della de-medicalizzazione in ambito psichiatrico e psicoterapico: non solo teoria scientifica e/o prassi medica ma anche occasione di ricerca e riflessione nell'ambito dei rapporti interpersonali e sociali.
Rapporti interpersonali da intendersi come caratterizzati da capacità di scambio, di separazione, di trasformazione, i quali possono consentire ed esprimere il processo di integrazione personale, ovvero l'uso del passato nel presente e l'orientamento verso il futuro. Ritorno tra breve su questo punto, relativo all'uso - se così si può dire - del passato nel presente ed alla questione dell'orientamento verso il futuro, spiegandone il significato, perchè mi pare di particolare rilievo ai fini del mio discorso; ed un sogno, di cui riferirò - mi pare possa illustrare in maniera quanto mai appropriata ciò che intendo - con questo mio discorso - sostenere.
Ma intanto qualche precisazione a proposito di quelli che si possono considerare e definire come gli obiettivi della psicoterapia, nell'ottica dell'integrazione del sé, ma anche delle dinamiche di gruppo e dell'idea di integrazione sociale.
Possiamo definirli come segue:
1) Una profonda conoscenza di sé, al fine di evidenziare aspetti problematici ed aree disfunzionali, che consenta la progressiva acquisizione di insight (consapevolezza).
2) Il superamento stabile di tali dinamiche disfunzionali, anche qualora risultino inizialmente ego-sintoniche.
3) L'aumento delle capacità individuali di assumersi responsabilità, critica, autonomia e competenza sociale, al fine di ottenere un valido e sano adattamento alla parte sana della realtà nella quale si vive ed un altrettanto chiaro e netto rifiuto di quelle dinamiche (siano esse personali, relazionali o sociali) magari normali ma non per questo obbligatoriamente sane.
In sintesi quindi obiettivo della psicoterapia è quello di un cambiamento funzionale che aumenti le capacità di integrazione relazionale e sociale ed una sempre più ampia capacità di adattamento unite però alla capacità di distinguere in modo chiaro ciò che nell'usuale vivere sociale riconduce alla possibilità che esista una norma non necessariamente sana ed alla conseguente necessità e capacità di opporsi validamente ad essa.
Nel procedere di una psicoterapia il primo passo è quello di cercare di rendere l'individuo in grado di sviluppare empatia ed integrazione, anzitutto in relazione al proprio passato, quindi in generale nei confronti di sé medesimo, consentendo - tale processo - il consolidamento di quello che si definisce il 'nucleo affettivo del sé', il quale consolidamento conduca poi allo sviluppo del senso di reciprocità e quello di un valido senso del 'noi'.
Intendo con 'empatia' una disposizione emotiva ed un interesse benevolo anzitutto nei confronti di tutto ciò che è il 'sé', e successivamente di ciò che va oltre il sé e che si accompagna quindi alla disponibilità nei confronti dell'esplorazione e della crescita. Ovvero, in altri termini: una sorta di benevolenza da sperimentare nei confronti di noi medesimi, e di tolleranza rispetto alla consapevolezza dei nostri limiti, i quali dovrebbero essere vissuti come spunto da cui partire per una ricerca personale e non come limite invalicabile contro cui tale ricerca si infrange.
Intendo poi con il termine ' integrazione' l'occasione di realizzare un "affrancamento dalla dolorosa ripetizione di processi distruttivi ed auto-distruttivi del passato" (Emde), che conduce ad un processo di integrazione tra presente e passato consentendo così di acquisire senso di integrità personale e relazionale e senso di continuità, il quale a sua volta prelude allo sviluppo del senso del noi, del futuro, ed all'occasione di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.
Psicopatologia è la perdita o il mancato raggiungimento di tale condizione di integrazione personale, di tale empatia, e di tale sentimento (o capacità) di condivisione e compito della psicoterapia è quello di consentire tale recupero.
Una breve digressione ed una breve notazione a proposito di quanto detto sin qui, relativamente al discorso inerente l'obiettivo della psicoterapia.
Riguardo la necessità di porre attenzione, prima di ogni altra questione, alla figura dello psicoterapeuta.
L'operato del terapeuta non può essere valido se il terapeuta stesso presenta scissioni, negazioni, proiezioni.
Chi teorizza o propone in merito alla sanità mentale non può praticare rapporti interpersonali distorti o disfunzionali (Lalli), e non può operare scisso rispetto al contesto sociale nel quale vive, pena la più totale inconsistenza di ciò che propone.
Si inizia dunque dall'individuo, e si finisce nella società, ma il primo individuo di cui è necessario occuparsi è il terapeuta stesso.
Per il quale deve esistere coerente corrispondenza tra vita privata, professionale e - per l'appunto - sociale, o pubblica.
Lalli riferisce a proposito delle motivazioni di chi intraprende il mestiere di psicoterapeuta, ed elenca motivazioni valide oppure incompatibili; ed è curioso notare come le motivazioni del futuro terapeuta coincidano con quelle medesime motivazioni che possono consentire, in ambito generale, di definire una relazione come sana piuttosto che come malata.
Sono motivazioni valide:
la curiosità e l'interesse per gli altri;
la capacità di ascolto;
l'empatia e la comprensione;
l'introspezione e l'intuito emotivo;
la tolleranza.
Sono motivazioni incompatibili:
il bisogno di potere e di dominio;
la necessità narcisistica di essere amati e riconosciuti;
la presenza di nuclei scissi e perversi;
la tendenza all'isolamento sociale.
Quindi adesso il sogno, di cui poc'anzi parlavo, ma lo precede una citazione, di Mauro Mancia:
"... Esiste un tempo lontano
fuori del ricordo,
muto e non databile,
di cui non parlano narrazioni
né manuali di storia,
un tempo perduto
che a volte
il sogno
riesce a ritrovare."
Mauro Mancia, Il sogno e la sua storia
Perchè si realizzi quella integrazione di cui prima accennavo, è necessario recuperare ed integrare il proprio passato, ed il sogno fornisce tale occasione.
Il sogno:
"A casa mia, ho organizzato una piccola festa e sono arrivate solo persone che nella vita non vedo da tanto tempo (vecchi compagni di scuola, bambini con cui giocavo e di cui da tanto tempo non ho notizie ... ). Il fatto di non avere intorno nessuno dei miei amici di oggi non mi stupisce; sono contenta di rivedere le persone che ci sono... "
"Ad un tratto mi accorgo che da fuori arriva uno strano rumore, come di vento che soffia durante una tempesta.
Sono spaventata ma decido comunque di andare a veder cosa sta succedendo. Apro la porta e mi accorgo che fuori ha nevicato. La strada è tutta bianca; c' è una luce bellissima e la neve che nessuno ha ancora calpestato mi dà una sensazione di pace e tranquillità...
Mi sento una sciocca per aver pensato subito al peggio senza aver considerato che nella vita, a volte, succedono anche delle cose belle mentre rientro nella stanza dove si sta ancora svolgendo la festa. "
"Al centro vedo un grande contenitore pieno fino all' orlo di piccole buste. So che ogni busta contiene un regalo per me da parte di una persona sconosciuta. Mi avvicino felice sapendo che quelli sono i regali che mi hanno fatto tutte le persone che devo ancora incontrare nella mia vita, come un piccolo anticipo dei regali che mi faranno quando ci conosceremo e sapendo che allora potrò contraccambiare."
Passato, presente e futuro si fondono nel sogno; "sono contenta di rivedere le persone che ci sono" significa sono contenta di ritrovare le persone che ero, tutte le donne che sono stata.
L'immagine, bellissima, della neve che nessuno ha ancora calpestato riporta a quell'integrità, finalmente ricostituitasi, che prelude al futuro, all'occasione cioé di nuove e diverse modalità di relazione oggettuale.
"Le persone che devo ancora incontrre nella mia vita" significa la donna che potrò un giorno diventare; "sapendo che allora potrò contraccambiare" sta a significare: nel momento in cui riuscirò davvero a realizzare tale condizione di diversità.
Quella condizione di integrità, quella diversità che nel sogno si evidenzia, e che si rende quindi in qualche misura possibile, quella condizione di sanità, apertura al mondo e vitalità che il sogno consente di intuire - e contemporaneamente esprime - serve ad essere impiegata per costruire, nei gruppi, relazioni, nuove, diverse e sane.
Altrimenti non serve a nulla.
Lavoro sprecato.
Occasione perduta.
Ma, dice Nietzche nel 1885, in 'Al di là del bene e del male', che " la follia è molto rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche, è la regola".
La psichiatria e la psicoterapia sin dalle origini e per un lungo periodo si sono interessate quasi esclusivamente della patologia di singoli individui, ed hanno fortemente trascurato invece l'importanza delle dinamiche di gruppo, limitandosi il più delle volte a studiarle nell'ambito dei piccoli gruppi, come ad esempio quelli familiari, ed anche delegando lo studio di fenomeni più ampi, e quanto mai importanti, alla sociologia oppure alla psicologia sociale.
Psichiatria e psicoterapia possono tuttavia fornire, specie in una prospettiva dinamico - culturale, risposte importanti, occasioni significative di comprensione in merito a situazioni ed ambiti di valenza storica e sociale di rilievo e possono contribuire efficacemente non solo alla comprensione, ma anche alla definizione del contesto sociale nel quale si vive, contribuendo a migliorarlo.
Ed anche il rapporto tra individuo e gruppo può essere funzionale o disfunzionale.
Perchè un gruppo sia funzionale è necessario che venga rispettato l'equilibrio che consente, sia all'individuo che al gruppo, di svilupparsi ed evolvere. Il gruppo, inoltre, è funzionale nel momento in cui propone validi e realistici valori che permettano - a loro volta - lo strutturarsi e l'evolvere dell'io di ciascun appartenente al gruppo. Al contrario, qualora il gruppo sia finalizzato a controllare, sottomettere o sfruttare l'individuo - in una parola a negarlo od annichilirlo - allora si viene a definire quello squilibrio tra individuo e gruppo che definisce il gruppo stesso (oppure il contesto sociale nel quale tale dinamica si esprime) come disfunzionale.
Nei gruppi, non solo i gruppi di terapia - naturalmete - ma nei gruppi in genere, dinamiche disfunzionali sono da intendersi soprattutto due: quella che possiamo definire dinamica di ìdentificazione, e quella che possiamo invece definire come dinamica di intolleranza.
L'identificazione: Lalli ne descrive due. La prima è quella che definisce mimetica, o adesiva: e che corrisponde, quasi grottescamente, al ripetere, rifare le cose esteriori, ed anche quelle banali, dell'altro. Questa condizione di identificazione somiglia, per certi versi, ai gravi sintomi psichiatrici dell'ecoprassia e dell'ecolalia, tipici della catatonia. La seconda consiste in quella forma di identificazione che è quel processo in virtù del quale l'altro, o parti dell'altro, vengono introiettate e vanno a costituire quello che viene comunemente definito come il 'falso sé'. Questa seconda forma di identificazione non va obbligatoriamente intesa (anche se può esserlo) come caratteristica della patologia, clinica o subclinica che sia, ma come istanza tendente spesso a permeare sino talvolta persino a caratterizzare la normalità sociale.
Dinamica altrettanto disfunzionale, speculare in fondo rispetto alla precedente, è quella dell'intolleranza, verso tutti coloro che non sono come noi, che non si riconoscono nei nostri valori o nei nostri gruppi, quelli insomma che la pensano diversamente rispetto a come la pensiamo noi: dinamica disfunzionale e - sempre - violenta.
Nei gruppi - anche qui - non quelli terapeutici -, ma nei gruppi in generale, dinamica funzionale tra esseri umani è invece quella improntata al desiderio: desiderio - fondamentalmente - di conoscenza, di ricerca, di autonomia, desiderio che deve essere soddisfatto perchè base di ogni valida relazione, oltrechè - naturalmente - di ogni valida terapia.
La realtà dei rapporti interumani dovrebbe fondarsi sull'interesse per l'altro e sulla ricerca della libertà, propria ed altrui; libertà che non sia figlia dell'indifferenza, del disinteresse, né dell'opportunismo, non vacua parola ma espressione vera della relazione e di un genuino investimento affettivo.
E su quella condizione di autonomia che deve permettere, e consentire, ciò che i più sembrano non saper o poter fare: ovvero dissentire, rifutare, quando ciò si renda necessario.
Mantenere cioè libertà di pensiero e di giudizio, lealtà nei confronti di tutti coloro con i quali si entra in relazione ed onestà intellettuale nei confronti di noi stessi. Lealtà e libertà che consentano altresì di non rinnegare alcunchè di ciò che appartiene al nostro passato, ma anche di poter non accettare - rifiutare - ciò che non condividiamo nel presente, in noi così come al di fuori di noi, in coloro con i quali entriamo in relazione e nei confronti del contesto sociale in cui viviamo.
Ma sempre nel rispetto e nel riconoscimento della liceità che può esistere nella altrui condizione di diversità, linfa vitale della conoscenza umana.
E dunque vorre iriportare il mio discorso all'idea della diversità.
Si può e si deve cogliere e rendere evidente la patologia, sinanco a rifiutarla, ma è sempre necessario distinguere tra patologia e diversità, e rispettare quest'ultima.
La diversità - ed il rispetto della diversità - dovrebbe essere uno dei valori fondamentali della nostra epoca.
La diversità è cultura, scambio, crescita, e dovrebbe far parte della storia diogni uomo, così come dovrebbe far parte della storia di ogni società che voglia dirsi civile.
Viviamo però in una epoca nella quale si oscilla tra intolleranza ed identificazione, nella quale sovente - direi di norma - la diversità appare come pericolo, minaccia, come una barriera che noi stessi frapponiamo tra noi e gli altri, tra il nostro presente ed il nostro futuro.
E' di certo quanto mai rassicurante, ma spesso assolutamete patologico, volersi confrontare soltanto con ciò che già conosciamo, e con ciò che riconosciamo come familiare.
Ma sia nell'ottica dello sviluppo individuale, sia nella prospettiva delle relazioni, entrare in rapporto con l'altro significa entrare in contatto con un'altra identità, con qualcuno e qualcosa che è diverso da noi, e da ciò che nel presente siamo.
Spesso tuttavia, sia a livello personale che relazionale o sociale, si tende ad annullare tale diversità, avendone timore, si accetta con maggiore facilità l'occasione di creare universi omologati, nel tentativo di costruire equilibri perenni, in realtà impossibili da realizzare, comunità di simili dove la caratteristica individuale si perde, dove ci si può soltanto identificare con il gruppo (e che l'occasione di tale identificazione riporti ad una religione, una fede, oppure ad una teora scientifica fa davvero poca differenza) e dove la pluralità dei soggetti non viene rispettata.
Così l'idea di diversità non è più riferita a ciascun soggetto, in quanto differente dall'altro, o ad una prospettiva futura, ma solo ad alcuni - che diventano così i diversi - rispetto all'omologazione dei gruppi.
Il diverso viene ad incarnare l'occasione del pregiudizio, motore malsano che muove azioni ed idee di molti, che condiziona le nostre relazioni sociali, che ostacola opportunità di incontro, esplorazione e scoperta che sono fondamenta del rapporto con l'altro da sé.
Diversi allora, e quindi eclusi, ai margini della società, restano ad essere, in epoche e culture diverse, da sempre i matti, ma ogni epoca ed ogni cultura prevede la propria 'norma' ed i propri esclusi, gli 'anormali'.
Dicevamo poc'anzi che la psichiatria e la psicoterapia non sono solo prassi mediche, ma anche occasioni di 'pratica' sociale.
E la psichiatria ha contibuito - in negativo - a dfinire l'idea della diversità come sinonimo, equivalente, di patologia.
Non che non possa essere vero; solo, non è obbligatoriamente così.
Non solo: ma non è neppure stata in grado di opporsi - ed anzi si è fatta sovente strumento - di barbarie e discriminazioni.
Molti sarebbero gli esempi: molti studi hanno inequivocabilmente dimostrato, ad esempio nel caso della germania nazista, il coinvolgimento della psichiatria nella sperimentazione dei dispositivi di sterminio messi poi in pratica, su larga scala, delregime nazista: l'asilo psichiatrico, in tale prospettiva, si è configurato come terreno di preparazione del genocidio. Ma vorrei citare un altro esempio, che mi colpisce particolarmente: durante il regime di Vichy, in Francia, alla fine degli anni '30, venne praticato nei manicomi una sorta di 'sterminio dolce' (il termine è mutuato da Lafont, storico francese autore del saggio 'Lo sterminio dolce'), imputabile all'inerzia " del corpo medico e psichiatrico che non ha avuto solo un ruolo passivo e rassegnato, ma una parte attiva, non fosse altro che in virtù della sua astensione". Astensione attiva come espressione più evidente di istinto di morte allo 'stato puro', se così si può dire.
Michel Foucault, nel 1975 in un memorabile - si dice - corso tenuto al College de France dal titolo "Gli Anormali" (poi divenuto un libro, edito in Italia da Fltrinelli) si domandava, in maniera quanto mai semplice, ed esplicita: come mai la psichiatria ha potuto funzionare così bene e così spontanemanete sotto il fascismo e sotto il nazismo?
E questa, per l'appunto, è la domanda.
Domanda che anche successivamente, ed anche oggi, molti si sono posti e si pongono, in vario modo ed a proposito di moltelici questioni; com'è che - nonostante cent'anni di psicoanalisi (Hillman) - il mondo va sempre peggio?
Per cercare di fornire una pur parziale risposta possiamo notare come, in fin dei conti, quella che oggi si definisce psicoterapia è pur sempre una disciplina che si è formata, per l'appunto, poco più di cent'anni fa, tempo assolutamente breve ed insufficiente se confrontato con quello di altre branche del sapere, quali ad esempio la medicina. Quindi disciplina giovane, che ancora inevitabilmente presenta gravi contraddizioni e limiti, i quali tuttavia possono e devono essere affrontati e superati.
Di qui deriva la necessità che la psicoterapia rispetti regole fondamentali dal punto di vista medico e terapeutico:
1) intanto, il riferimento a teorie empiriche su cui fondare una prassi terapeutica;
2) il coerente e corretto svolgimento di tale prassi;
3) il progressivo tentativo di individuare metodiche che possano consentire la validazione della terapia stessa.
Anche se, naturalmente, è necessario partire dal presupposto che si debba rinunciare ad "impossibili dimostrazioni di scientificità utilizzando metodiche di tipo neturalistico" (Lalli).
Ma c'è forse un altro motivo, ancora più importante, che è necessario considerare con attenzione.
Prospettiva forse ancora troppo poco condivisa e, quindi, da rimarcare e sottolineare ogni volta.
Quella inerente il fatto che fondamentale sarebbe l'educazone, la prevenzione, il tentativo di agire non solo e non tanto nei confronti di singoli individui, di gruppi terapeutici, o di ristrette comunità, ma nei confronti del contesto sociale stesso che sovente appare fortemente bisognoso di cure - pur non essendone, pare - consapevole.
E dal punto di vista del contesto sociale nel quale tale prassi terapeutica si esprime, bisognerebbe anzitutto considerare che l'essere umano non è solo biologia e che la psicoterapia non è, se non solo marginalmente, una tecnica.
Che la condizione di sofferenza mentale non è destino ineludibile ed ineluttabile, ma una storia che si sviluppa e che può svolgersi in tanti modi diversi, nel condividere con altri in ambienti fisici, relazionali e sociali che possiamo e dovremmo contribuire a rendere diversi.
Che tale disagio può di sicuro essere in qualche misura ricondotto alla biologia, ma di certo anche dalle esperienze che hanno caratterizzato e caratterizzano la nostra vita e dall'ambiente nel quale la nostra vita scorre, e del quale possiamo e dobbiamo entrare a far parte.
Questo è poi il motivo per cui lo psichiatra non può porsi soltanto come positivista, o riduzionista, che riduce e riconduce il dolore, ma direi la stessa condizione umana (poichè tale condizione è sempre inevitabilmente imperfetta) ad una anomalia del cervello.
Questo è anche il motivo per cui lo psichiatra risponde - e deve rispondere - certamente con la propria conoscenza, ma soprattutto con la propria dimensione di umanità, e con la propria visione del mondo, auspicabilmente sana.
E con un esempio, che è quello riconoscibile nella relazione terapeutica, che riconduce in fondo a come ci si dovrebbe porre, in generale, nelle relazioni tra esseri umani.
Alla fine cito Andreoli, da cui ho ampiamente attinto: "La terapia è prima di tutto esperienza di una relazione che si fa essenziale ed umana".
Tenendo dunque infine costantemente presente che si ha un dovere, non solo nei confronti di coloro che a noi come terapeuti si rivolgono, ma nei confronti del contesto sociale nel quale la nostra conoscnza e la nostra prassi si esprimono.
Ho cercato di tracciare, brevemente e parzialmente, un continuum tra individuo, gruppi e società in un'ottica psicodinamica.
Le due diverse immagini del rapporto che può esistere tra psichiatria e società riconducono a due estremi:
Il primo riconducibile all'iconografia cassica, quella del medico ed alienista francese Philippe Pinel, direttore del manicomio Bicetre di Parigi, che scioglieva un gigantesco e pericoloso marinaio, completamente matto, dalle catene di contenzione, abbracciandolo - e mostrando così anche un ivindiabile coraggio -; il secondo riconducibile alla più recente immagine delle camere a gas naziste che, come recitava la propaganda scientifica dell'epoca, "liberano i pazzi dal peso di una vita di sofferenze incurabili".
Evidente involuzione:a partire da una condizione iniziale nella quale la psichiatria si poneva come espressione di istanze di libertà e di affetti.
Lascio a voi decidere - e capisco che non avete molta scelta - in quale delle due immagini sia davvero riconoscibile non solo la conoscenza, l'affettività e l'umanità. Ma anche la scienza.
Nella nostra prospettiva, oggi, la psichiatria e la psicoterapia finiscono per essere uno degli indicatori dello stato di civiltà e di salute di una nazione, pochè misurano, ed esprimono, la capacità di un popolo di accettare - o meno - quel che ho cercato in precedenza di definire come 'diversità'; ma che potremmo forse ancor meglio definire come la condizione essenziale, sempre imperfetta, spesso dolente, di ciascun essere umano.
Francesco Giubbolini, Siena
Etichette:
Associazione Lachesi
Dottor Giovanni Carlesi, Firenze
Segue il testo dell'intervento del dottor Giovanni Carlesi, presentato il 6 marzo 2010 ad Empoli (Firenze), in occasione della presentazione della Associazione "Lachesi".
SOCIETA' CONTEMPORANEA, TECNOLOGIA, RIDUZIONISMO BIOLOGICO. C'E' SEMPRE POSTO PER LA PSICHE?
Se la vita ha una base su cui poggia ... allora la mia senza dubbio poggia su questo ricordo. Quello di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, sul letto nella stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due ... dietro la tenda gialla. Di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa a forma di ghianda sul pavimento quando il vento la muove. E di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce e pensare: sembra impossibile che io sia qui ...
Virginia Woolf,"Immagini dal passato" In Momenti di essere
Nel titolo del convegno si è inteso parafrasare la presentazione di una famosa pubblicazione,a guisa di intervista, di J. Hillman,lo psicologo americano puntadi diamante dello Junghismo contemporaneo e della psicologia archetipica.
A dire il vero in quello scritto e nelle risposte all'intervistatore, più che sulla psicoterapia in sé, l'indice è puntato sulle forme alienate del convivere nelle società occidentali contemporanee.
La psicoanalisi,d'altra parte, lungo il corso centenario della sua pratica e del suo sviluppo teoretico, non ha saputo opporsi a questa alienazione più generale,rimanendone spesso,essa stessa, impigliata.
La società moderna e la sua organizzazione presentano aspetti complessi e differenziati.
Soprattutto le società occidentali sono caratterizzate da spinte efficientiste e competitive, da alti livelli di suddivisione delle attività e delle conoscenze. La caratteristica principale è la settorialità e la superspecializzazione.
Il funzionalismo rigido e pragmatico coinvolge ampi settori della vita
dell' individuo ,da quello economico-lavorativo a quello relazionale ed esperenziale-emotivo.
L'efficientismo e la rigidità del sistema hanno profondamente condizionato l'individuo che ha visto mano a mano eroso lo spazio della sua libertà, potendo egli scegliere solo in un ambito di soluzioni già preconfezionate, pur sembrando, al contrario, le scelte infinite,pur sembrando ad esso la libertà,per paradosso,esaltata. Possiamo muoverci di più,andare dove vogliamo, in qualsiasi punto del pianeta e con relativa facilità.! miei diritti,almeno formalmente,sono più che garantiti e una ragnatela informativa e assistenziale sembra seguirmi dovunque e proteggermi.
La mia capacità di relazione,di conoscenza è notevolmente aumentata, in maniera fino a poco tempo fa impensabile.Le offerte di svaghi,di occupazione del tempo libero sono praticamente illimitate.
Eppure alla fine si ha la sensazione di non scegliere,oppure che tutte queste offerte siano luci abbaglianti dietro le quali ci sia poco.
Il tempo per riflettere,per meditare,per sentire,ci è sottratto;perfino l'emozione, felice o dolorosa che sia, ha un tempo prestabilito,oltre al quale non si puo' indugiare. Tutto appare superficiale,omologato,costretto,magari lucente ma anonimo.Alla fine in questo guazzabuglio di occasioni l'individuo si sente spaesato,estraneo, pur provando queste sensazioni in maniera subliminale.E' un po' come essere in un moderno centro commerciaI e,dove si è bombardati da una massa ingoiante di prodotti che soverchiano con le loro offerte, per le quali diventa difficile scegliere senza esserne confusi. Un aspetto importante dell' alienazione del mondo moderno e interessante per l'argomento della relazione è la nozione del tempo.
Si sa,è noto,oggi si va ad una velocità maggiore,che per altro sembra ancor più aumentare.Non c'è più tempo per fare:le risposte,le soluzioni delle cose devono venire con rapidità,senza esitazione e con buon risultato.Un tempo,appunto,il tempo era più lento.L'indugiare,il non far nulla,il vagabondare,il bighellonare erano momenti costitutivi dell' esistenza. Al contrario della fretta del fare di oggi.
lo penso che il tempo sia un elemento importante della conoscenza di sé stessi. L'attesa apre quello spazio che consente l'elaborazione delle cose,dei fatti,degli avvenimenti.
Permette alle emozioni,ai sentimenti di legarsi o sciogliersi piano piano,nel tempo. Ecco, tutto ciò che sfugge al pragmatismo del risultato concreto ed immediato,alla soddisfazione di un bisogno immediato nell'immmediatezza della risposta,non è più proponibile.
Oggi non hanno più possibilità di espressione compiuta i desideri,che presuppongono una distanza,un varco,una mancanza. Al loro posto solo bisogni che necessitano di un soddisfacimento così rapido da diventare confusivo con il bisogno stesso.Ed è proprio il modello che esige la società compulsivamente consumistica che crea continuamente bisogni da soddisfare.Pieni di piccoli grandi bisogni riduttivi,siamo diventati incapaci di desiderare.E se nel desiderio c'è la scelta e la libertà vuoI dire che abbiamo perso queste.
Ora desideri,emozoni,ambivalenze,attese sono un bagaglio complesso della nostra psiche del quale non pssiamo fare a meno.Come ben sa la psicolgia alcuni elementi di questo bagaglio sfuggono alla nostra consapevolezza e giacciono in un territorio interiore e nascosto che conosciamo come inconscio.
Viene da chiedersi che posto hanno,che cittadinanza possono pretendere queste istanze in un assetto collettivo precedentemente così descritto?L'impero della coscienza e del razionalismo sembra escluderle come un fardello inutile e anche un po' fastidioso.
Che senso può avere perdere tempo dietro alla psiche,alla sua cura,accogliendola e coltivandola nella psicoterapia,nella psicoanalisi,nella psiciologia del profondo,se possiamo disporre di mezzi più semplici,efficienti,immediati?
E dov'è il tempo necessario all'ascolto o dove rimane per attendere gli svluppi,le elaborazioni,i dialoghi che la psiche tesse e ritesse?
Diciamocelo,molto meglio un farmaco,molto meglio un'ipotesi biologica,anzi unatesi scientificatnte verificabile,supportata da basi certe che trovino nei geni,nella chimica dei neurotrasmettitori del cervello o nell'asse neuroendocrino,le risposte alle nostre imprevedibili e faticose espressioni emotive.
Un catalogo nosografico certo,uno schema preciso e dattagliato ai quali corrisponda un composto chimico sul quale elaborare una statistica certa di probabilità di contenimento e guarigione.
Ogni comportamento, ogni deviazione prevedibile e catalogabile,da affrontare con una articolata drogheria farmacologica;un po' di questo,un po' di quello e quest'altro,nella giusta misura, per raggiungere uno 'standard' impersonale di benessere. Con il passare degli anni,ogni volta che poso lo sguardo su qualche manuale o trattato di psichiatria o su pubblicazioni varie del circuito specialistico sono colto da impulsi contro fobici che mi spingono a compensare con letture di filosofia (ne sarebbero contenti i filosofi di professione ).Sì perché il riduzionismo non è solo del biologismo dilagante e spasmodico ma lo è anche della smania classificatoria della clinica psicopatologica che a tratti mi pare rasenti la forma del delirio:il delirio nosografico.Le comorbidità di tutti i tipi,i sottotipi 1-2-3,le corrispondenze statistiche,le caratteristiche indispensabili e necessarie,4 e non più di 4,e così via,come nel melange statistico-robotico del DSM IV R e post Revisioned. Quindi, tornando alla domanda iniziale del sottotitolo,c' è sempre posto per la psiche oggi e più in particolare per la sua espressività, per la sua cura,nelle forme della psicoanalisi o della psicoterapia?
Da quanto abbiamo detto pare di no.Ma per quanti sforzi si facciano per occluderla,scansarla,negarla, la psiche di fatto,appartenendoci,è inevitabile che pretenda ascolto.
Non lo potrà fare nella vie consuete del recente passato né con le rigide metodiche che hanno caratterizzato le discipline che l 'hanno accolta, studiata, gestita nella cura. Intendo dire che la psichiatria e a maggior ragione le psicoterapie in senso lato dovranno rivedere alcuni capisaldi delle loro teoresi e confrontarsi con le spinte del mondo moderno. Voglio dire che i tentativi di revisione del corpus psicologico devono impegnare noi cultori e addetti ai lavori e spingerci ad uscire dalle torri di un tecnicismo corporativo per aprirsi a un confronto più ampio con la sociologia,la filosofia,la scienza,senza pretese dogmatiche o verità teoretiche acquisite.
Oggi è sempre possibile offrire un trattamento psicoanalitico che presupponga molte ore settimanali,a costi scarsamente sostenibili,quando le pressioni del contesto civile e collettivo inducono alla fretta,alla risoluzione in tempi brevi,agli investiminti proficui del denaro? E se non è possibile come si concilia lo statuto di conoscenze inalienabili con nuove forme di approccio,rese indispensabili dalla diversa nozione del tempo e dello spazio della modernità?
E ancora il raggiungimento della specifica forma dell'individualità o del sé psichico in che modo si confronta con i meccanismi della contemporaneità dal momento che l'elemento collettivo è diventato così soverchiante e omologante?
Non ci sono risposte già pronte ma stimoli a trovarle sì,se solo ci decidiamo a unconfronto largo e interdisciplinare.
Rispetto al titolo allusivo "cento anni di psicoterapia .... " ,la critica la rivolgerei verso l'interno delle pSFterapie,verso l'interno della pratica analitica. Ma sono solo scorribande controfobiche nella filosofia ... Eppure la psicoanalisi freudiana ma anche la psicologia del profondo di Jung, dalla critica iniziale verso un'attività medica routinaria e pragmatica, si sono piegate via via al dictat
dell' efficientismo,identificandosi in arti della guarigione.Arti specializzate nelle funzioni,nelle reazioni e nei meccanismi psichici.Se la moderna medicina, attraverso le superspecializzazioni, ha promosso ancor più la frammentazione dell'individuo in un puzzle di pezzi fisioanatomopatologici,lo stesso ha fatto la psicoterapia, pur negandolo,perché ha incontrato l'individuo malato,che ha questo o quello,sintomo,disturbo,nevrosi,ma quasi mai l'individuo per quello che è o vorrebbe esprimere.
Ma l'individuo,al contrario di quanto e come lo spinge l'assetto sociale, come abbiamo visto,ha bisogno per paradosso, oggi più che mai, di essere capito e accettato per quello che è, e cioè come sé stesso.
Nonostante ciò le psicoterapie viaggiano su un binario parallelo alle cure mediche,ma in questo modo come le prime,annienteno l'altro come soggetto, che è soggetto solo di sintomi e patologia.
L'individuo compresso nell'identificazione dibisognoso, disabile, sintomatico paziente,vuol diventare invece soggetto di comunicazione, esplorazione, dialogo, cioè proprio di quelle cose che la società gli espropria.
Se in lui il pensiero diventa chiuso,monotono,schematico e immobile non arricchisce la vita ma provoca disinteresse e apatia, come se una continua frustrazione facesse scendere esigenze di qualità avanzata a un livello più profondo,asfittico e "inaccessibile",fino a farlo diventare un'esigenza sconosciuta all'individuo stesso. Attraverso il dialogo bisogna ridestare lo spirito assopito,illeone che dorme, per sorprendere di nuovo, incuriosire e liberare la capacità di amare.
Se rimaniamo in un ambito di sofferenza esistenziale o di problemi di autorealizzazione e, in senso più generale, di appagamento, finiamo per ruotare sempre intorno all' amore, o meglio intorno alla libertà di sentire,esprimere,accogliere amore.
L'amore è il fondo oscuro e misterioso verso cui tutti tendiamo,sia che lo si esprima nell'agape dell'amicizia o nell'empatia dell'alterità,sia che lo si viva nell'avvolgente tenerezza del rapporto reciproco genitori-figli o nell'eros della dimensione degli amanti.Allora la domanda si fa ancor più incalzante e radicale, c' è sempre posto per l'amore nell'era macchnica o ci ritroviamo fra le mani una sua parodia o un simulacro oggettivante il corpo e la sua immagine?
lo credo che l'omologazione e la predeterminazione del modo moderno abbiano un primum movens nella tecnologia che informa con il suo strapotere la nostra vita. E lo sta facendo da tempo.La tecnologia nell'era delle macchine non conosce sfumature ,non comprende ambivalenze. Il suo è il linguaggio binario che sercita in forma tirannica, del sì o del no, dell'on o dell'off. Per i toni d'ombra, per gli spaziincerti, per le intuizioni morbide,acategoriali,per il sentire dialogico non esisteospitalità.
Perfino la forma esistenziale nelle sue valenze ambientali e progettuali è predeterminata: o dentro il mondo tecnologico o fuori.O dentro il monologo, prima scientifico, che impone l'inconfutabilità del modello esistenziale, e poi tecnologico o fuori ,nell'alienazione dal senso collettivo di valori condivisi.
La tecnocrazia non ammette dubbi,esitazioni o rinuncie ma un'accoglienza incondizionata assertiva e indiscutibile.
Non ci sono né fini né scopi da raggiungere né desideri da colmare.Da qui al futuro solo l'eterna fruizione dei prodotti tecnologici,eternamente rinnovabili. LLa perfetta corrispondenza dei bisogni, attraverso i prolungamenti meccanico-elettronico- informatici, alle nostre aspettative codificate.
Fine della scelta, fine del dentro e del fuori,fine della soggettività individuale, fine dello dimensione introversa del pensiero e dell'emozione. L'impegno per conservarli,proteggerli,coltivarli sa più di una corsa contro il tempo, talora immemore di ciò che sta accadendo intorno,talora perfino un po' grottesca.
Ritorna la domanda,c'è posto ancora per lo spazio dell'interiorità?
Probabilmente non abbiamo una risposta. Ogni previsione è azzardata, possiamo fare solo tentativi.
Quel che è certo è che dobbiamo ripensare la casa che abitiamo,pensarla in modo nuovo. La casa di psiche non è il mondo che la ospita né il corpo che le è fratello. Psiche non abita più certezze né fondamenta epistemologiche attraverso le quali capire il mondo e confrontarsi con esso.
Priva di riferimenti ontologici, ormai diventati inadatti al mondo macchinico che ha introdotto un nuovo senso del mondo,si trova spiazzata,straniera,e come tale deve agire. Anima straniera che assapora la diversità e la sensazione di non appartenenza. In questo condivido la visione di Umberto Galimberti che oltre che proporre un approccio diverso della psicoanalisi alla conflittualità nevrotica,non più epressa dal contrasto tra desiderio e proibizione ma dalla contrapposizione fra possibilità illimitata e inadeguatezza, propone per psiche stessa una metafora nuova o, se vogliamo, una nuova etica che l'accolga e la coltivi.
L'etica del viandante. Non più topografie certe basate su piedistalli epistemologici sperimentati,ma soluzioni trovate volta per volta, esattamente come fa l'esploratore che tenta di orientarsi in territori sconosciuti, aggiornando le mappe conosciute e disegnandone di nuove. Paesaggi,sfondi,meditazioni,incontrati e elaborati lungo il percorso, e via via utilizzati.In questo senso anche le grandi teoresi che hanno fondato e introdotto gli studi e le conoscenze della psiche vanno rivalutate e rime ditate e forse modificate alla luce di questo nuovo confronto. Con l'etica del viandante forse si può difendere e, per quanto possibile, ampliare la soggettività nell'intrico della ragnatela tecnocratica,sempre vigili però, affinchè l'anima non si perda, senza confronto e senza dialogo,nelmare anonimo e omologante degli spazi virtuali.
Giovanni Carlesi, psichiatra - Firenze
link: Associazione "Lachesi"
SOCIETA' CONTEMPORANEA, TECNOLOGIA, RIDUZIONISMO BIOLOGICO. C'E' SEMPRE POSTO PER LA PSICHE?
Se la vita ha una base su cui poggia ... allora la mia senza dubbio poggia su questo ricordo. Quello di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, sul letto nella stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due ... dietro la tenda gialla. Di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa a forma di ghianda sul pavimento quando il vento la muove. E di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce e pensare: sembra impossibile che io sia qui ...
Virginia Woolf,"Immagini dal passato" In Momenti di essere
Nel titolo del convegno si è inteso parafrasare la presentazione di una famosa pubblicazione,a guisa di intervista, di J. Hillman,lo psicologo americano puntadi diamante dello Junghismo contemporaneo e della psicologia archetipica.
A dire il vero in quello scritto e nelle risposte all'intervistatore, più che sulla psicoterapia in sé, l'indice è puntato sulle forme alienate del convivere nelle società occidentali contemporanee.
La psicoanalisi,d'altra parte, lungo il corso centenario della sua pratica e del suo sviluppo teoretico, non ha saputo opporsi a questa alienazione più generale,rimanendone spesso,essa stessa, impigliata.
La società moderna e la sua organizzazione presentano aspetti complessi e differenziati.
Soprattutto le società occidentali sono caratterizzate da spinte efficientiste e competitive, da alti livelli di suddivisione delle attività e delle conoscenze. La caratteristica principale è la settorialità e la superspecializzazione.
Il funzionalismo rigido e pragmatico coinvolge ampi settori della vita
dell' individuo ,da quello economico-lavorativo a quello relazionale ed esperenziale-emotivo.
L'efficientismo e la rigidità del sistema hanno profondamente condizionato l'individuo che ha visto mano a mano eroso lo spazio della sua libertà, potendo egli scegliere solo in un ambito di soluzioni già preconfezionate, pur sembrando, al contrario, le scelte infinite,pur sembrando ad esso la libertà,per paradosso,esaltata. Possiamo muoverci di più,andare dove vogliamo, in qualsiasi punto del pianeta e con relativa facilità.! miei diritti,almeno formalmente,sono più che garantiti e una ragnatela informativa e assistenziale sembra seguirmi dovunque e proteggermi.
La mia capacità di relazione,di conoscenza è notevolmente aumentata, in maniera fino a poco tempo fa impensabile.Le offerte di svaghi,di occupazione del tempo libero sono praticamente illimitate.
Eppure alla fine si ha la sensazione di non scegliere,oppure che tutte queste offerte siano luci abbaglianti dietro le quali ci sia poco.
Il tempo per riflettere,per meditare,per sentire,ci è sottratto;perfino l'emozione, felice o dolorosa che sia, ha un tempo prestabilito,oltre al quale non si puo' indugiare. Tutto appare superficiale,omologato,costretto,magari lucente ma anonimo.Alla fine in questo guazzabuglio di occasioni l'individuo si sente spaesato,estraneo, pur provando queste sensazioni in maniera subliminale.E' un po' come essere in un moderno centro commerciaI e,dove si è bombardati da una massa ingoiante di prodotti che soverchiano con le loro offerte, per le quali diventa difficile scegliere senza esserne confusi. Un aspetto importante dell' alienazione del mondo moderno e interessante per l'argomento della relazione è la nozione del tempo.
Si sa,è noto,oggi si va ad una velocità maggiore,che per altro sembra ancor più aumentare.Non c'è più tempo per fare:le risposte,le soluzioni delle cose devono venire con rapidità,senza esitazione e con buon risultato.Un tempo,appunto,il tempo era più lento.L'indugiare,il non far nulla,il vagabondare,il bighellonare erano momenti costitutivi dell' esistenza. Al contrario della fretta del fare di oggi.
lo penso che il tempo sia un elemento importante della conoscenza di sé stessi. L'attesa apre quello spazio che consente l'elaborazione delle cose,dei fatti,degli avvenimenti.
Permette alle emozioni,ai sentimenti di legarsi o sciogliersi piano piano,nel tempo. Ecco, tutto ciò che sfugge al pragmatismo del risultato concreto ed immediato,alla soddisfazione di un bisogno immediato nell'immmediatezza della risposta,non è più proponibile.
Oggi non hanno più possibilità di espressione compiuta i desideri,che presuppongono una distanza,un varco,una mancanza. Al loro posto solo bisogni che necessitano di un soddisfacimento così rapido da diventare confusivo con il bisogno stesso.Ed è proprio il modello che esige la società compulsivamente consumistica che crea continuamente bisogni da soddisfare.Pieni di piccoli grandi bisogni riduttivi,siamo diventati incapaci di desiderare.E se nel desiderio c'è la scelta e la libertà vuoI dire che abbiamo perso queste.
Ora desideri,emozoni,ambivalenze,attese sono un bagaglio complesso della nostra psiche del quale non pssiamo fare a meno.Come ben sa la psicolgia alcuni elementi di questo bagaglio sfuggono alla nostra consapevolezza e giacciono in un territorio interiore e nascosto che conosciamo come inconscio.
Viene da chiedersi che posto hanno,che cittadinanza possono pretendere queste istanze in un assetto collettivo precedentemente così descritto?L'impero della coscienza e del razionalismo sembra escluderle come un fardello inutile e anche un po' fastidioso.
Che senso può avere perdere tempo dietro alla psiche,alla sua cura,accogliendola e coltivandola nella psicoterapia,nella psicoanalisi,nella psiciologia del profondo,se possiamo disporre di mezzi più semplici,efficienti,immediati?
E dov'è il tempo necessario all'ascolto o dove rimane per attendere gli svluppi,le elaborazioni,i dialoghi che la psiche tesse e ritesse?
Diciamocelo,molto meglio un farmaco,molto meglio un'ipotesi biologica,anzi unatesi scientificatnte verificabile,supportata da basi certe che trovino nei geni,nella chimica dei neurotrasmettitori del cervello o nell'asse neuroendocrino,le risposte alle nostre imprevedibili e faticose espressioni emotive.
Un catalogo nosografico certo,uno schema preciso e dattagliato ai quali corrisponda un composto chimico sul quale elaborare una statistica certa di probabilità di contenimento e guarigione.
Ogni comportamento, ogni deviazione prevedibile e catalogabile,da affrontare con una articolata drogheria farmacologica;un po' di questo,un po' di quello e quest'altro,nella giusta misura, per raggiungere uno 'standard' impersonale di benessere. Con il passare degli anni,ogni volta che poso lo sguardo su qualche manuale o trattato di psichiatria o su pubblicazioni varie del circuito specialistico sono colto da impulsi contro fobici che mi spingono a compensare con letture di filosofia (ne sarebbero contenti i filosofi di professione ).Sì perché il riduzionismo non è solo del biologismo dilagante e spasmodico ma lo è anche della smania classificatoria della clinica psicopatologica che a tratti mi pare rasenti la forma del delirio:il delirio nosografico.Le comorbidità di tutti i tipi,i sottotipi 1-2-3,le corrispondenze statistiche,le caratteristiche indispensabili e necessarie,4 e non più di 4,e così via,come nel melange statistico-robotico del DSM IV R e post Revisioned. Quindi, tornando alla domanda iniziale del sottotitolo,c' è sempre posto per la psiche oggi e più in particolare per la sua espressività, per la sua cura,nelle forme della psicoanalisi o della psicoterapia?
Da quanto abbiamo detto pare di no.Ma per quanti sforzi si facciano per occluderla,scansarla,negarla, la psiche di fatto,appartenendoci,è inevitabile che pretenda ascolto.
Non lo potrà fare nella vie consuete del recente passato né con le rigide metodiche che hanno caratterizzato le discipline che l 'hanno accolta, studiata, gestita nella cura. Intendo dire che la psichiatria e a maggior ragione le psicoterapie in senso lato dovranno rivedere alcuni capisaldi delle loro teoresi e confrontarsi con le spinte del mondo moderno. Voglio dire che i tentativi di revisione del corpus psicologico devono impegnare noi cultori e addetti ai lavori e spingerci ad uscire dalle torri di un tecnicismo corporativo per aprirsi a un confronto più ampio con la sociologia,la filosofia,la scienza,senza pretese dogmatiche o verità teoretiche acquisite.
Oggi è sempre possibile offrire un trattamento psicoanalitico che presupponga molte ore settimanali,a costi scarsamente sostenibili,quando le pressioni del contesto civile e collettivo inducono alla fretta,alla risoluzione in tempi brevi,agli investiminti proficui del denaro? E se non è possibile come si concilia lo statuto di conoscenze inalienabili con nuove forme di approccio,rese indispensabili dalla diversa nozione del tempo e dello spazio della modernità?
E ancora il raggiungimento della specifica forma dell'individualità o del sé psichico in che modo si confronta con i meccanismi della contemporaneità dal momento che l'elemento collettivo è diventato così soverchiante e omologante?
Non ci sono risposte già pronte ma stimoli a trovarle sì,se solo ci decidiamo a unconfronto largo e interdisciplinare.
Rispetto al titolo allusivo "cento anni di psicoterapia .... " ,la critica la rivolgerei verso l'interno delle pSFterapie,verso l'interno della pratica analitica. Ma sono solo scorribande controfobiche nella filosofia ... Eppure la psicoanalisi freudiana ma anche la psicologia del profondo di Jung, dalla critica iniziale verso un'attività medica routinaria e pragmatica, si sono piegate via via al dictat
dell' efficientismo,identificandosi in arti della guarigione.Arti specializzate nelle funzioni,nelle reazioni e nei meccanismi psichici.Se la moderna medicina, attraverso le superspecializzazioni, ha promosso ancor più la frammentazione dell'individuo in un puzzle di pezzi fisioanatomopatologici,lo stesso ha fatto la psicoterapia, pur negandolo,perché ha incontrato l'individuo malato,che ha questo o quello,sintomo,disturbo,nevrosi,ma quasi mai l'individuo per quello che è o vorrebbe esprimere.
Ma l'individuo,al contrario di quanto e come lo spinge l'assetto sociale, come abbiamo visto,ha bisogno per paradosso, oggi più che mai, di essere capito e accettato per quello che è, e cioè come sé stesso.
Nonostante ciò le psicoterapie viaggiano su un binario parallelo alle cure mediche,ma in questo modo come le prime,annienteno l'altro come soggetto, che è soggetto solo di sintomi e patologia.
L'individuo compresso nell'identificazione dibisognoso, disabile, sintomatico paziente,vuol diventare invece soggetto di comunicazione, esplorazione, dialogo, cioè proprio di quelle cose che la società gli espropria.
Se in lui il pensiero diventa chiuso,monotono,schematico e immobile non arricchisce la vita ma provoca disinteresse e apatia, come se una continua frustrazione facesse scendere esigenze di qualità avanzata a un livello più profondo,asfittico e "inaccessibile",fino a farlo diventare un'esigenza sconosciuta all'individuo stesso. Attraverso il dialogo bisogna ridestare lo spirito assopito,illeone che dorme, per sorprendere di nuovo, incuriosire e liberare la capacità di amare.
Se rimaniamo in un ambito di sofferenza esistenziale o di problemi di autorealizzazione e, in senso più generale, di appagamento, finiamo per ruotare sempre intorno all' amore, o meglio intorno alla libertà di sentire,esprimere,accogliere amore.
L'amore è il fondo oscuro e misterioso verso cui tutti tendiamo,sia che lo si esprima nell'agape dell'amicizia o nell'empatia dell'alterità,sia che lo si viva nell'avvolgente tenerezza del rapporto reciproco genitori-figli o nell'eros della dimensione degli amanti.Allora la domanda si fa ancor più incalzante e radicale, c' è sempre posto per l'amore nell'era macchnica o ci ritroviamo fra le mani una sua parodia o un simulacro oggettivante il corpo e la sua immagine?
lo credo che l'omologazione e la predeterminazione del modo moderno abbiano un primum movens nella tecnologia che informa con il suo strapotere la nostra vita. E lo sta facendo da tempo.La tecnologia nell'era delle macchine non conosce sfumature ,non comprende ambivalenze. Il suo è il linguaggio binario che sercita in forma tirannica, del sì o del no, dell'on o dell'off. Per i toni d'ombra, per gli spaziincerti, per le intuizioni morbide,acategoriali,per il sentire dialogico non esisteospitalità.
Perfino la forma esistenziale nelle sue valenze ambientali e progettuali è predeterminata: o dentro il mondo tecnologico o fuori.O dentro il monologo, prima scientifico, che impone l'inconfutabilità del modello esistenziale, e poi tecnologico o fuori ,nell'alienazione dal senso collettivo di valori condivisi.
La tecnocrazia non ammette dubbi,esitazioni o rinuncie ma un'accoglienza incondizionata assertiva e indiscutibile.
Non ci sono né fini né scopi da raggiungere né desideri da colmare.Da qui al futuro solo l'eterna fruizione dei prodotti tecnologici,eternamente rinnovabili. LLa perfetta corrispondenza dei bisogni, attraverso i prolungamenti meccanico-elettronico- informatici, alle nostre aspettative codificate.
Fine della scelta, fine del dentro e del fuori,fine della soggettività individuale, fine dello dimensione introversa del pensiero e dell'emozione. L'impegno per conservarli,proteggerli,coltivarli sa più di una corsa contro il tempo, talora immemore di ciò che sta accadendo intorno,talora perfino un po' grottesca.
Ritorna la domanda,c'è posto ancora per lo spazio dell'interiorità?
Probabilmente non abbiamo una risposta. Ogni previsione è azzardata, possiamo fare solo tentativi.
Quel che è certo è che dobbiamo ripensare la casa che abitiamo,pensarla in modo nuovo. La casa di psiche non è il mondo che la ospita né il corpo che le è fratello. Psiche non abita più certezze né fondamenta epistemologiche attraverso le quali capire il mondo e confrontarsi con esso.
Priva di riferimenti ontologici, ormai diventati inadatti al mondo macchinico che ha introdotto un nuovo senso del mondo,si trova spiazzata,straniera,e come tale deve agire. Anima straniera che assapora la diversità e la sensazione di non appartenenza. In questo condivido la visione di Umberto Galimberti che oltre che proporre un approccio diverso della psicoanalisi alla conflittualità nevrotica,non più epressa dal contrasto tra desiderio e proibizione ma dalla contrapposizione fra possibilità illimitata e inadeguatezza, propone per psiche stessa una metafora nuova o, se vogliamo, una nuova etica che l'accolga e la coltivi.
L'etica del viandante. Non più topografie certe basate su piedistalli epistemologici sperimentati,ma soluzioni trovate volta per volta, esattamente come fa l'esploratore che tenta di orientarsi in territori sconosciuti, aggiornando le mappe conosciute e disegnandone di nuove. Paesaggi,sfondi,meditazioni,incontrati e elaborati lungo il percorso, e via via utilizzati.In questo senso anche le grandi teoresi che hanno fondato e introdotto gli studi e le conoscenze della psiche vanno rivalutate e rime ditate e forse modificate alla luce di questo nuovo confronto. Con l'etica del viandante forse si può difendere e, per quanto possibile, ampliare la soggettività nell'intrico della ragnatela tecnocratica,sempre vigili però, affinchè l'anima non si perda, senza confronto e senza dialogo,nelmare anonimo e omologante degli spazi virtuali.
Giovanni Carlesi, psichiatra - Firenze
link: Associazione "Lachesi"
Etichette:
Associazione Lachesi
Iscriviti a:
Post (Atom)
